“Il nostro aiuto è nel nome del Signore”. “Che fece il cielo e la terra”. Le parole italiane che aprono il rito invocando il Creatore portano l’eco di quelle latine che in un millennio tante e tante volte sono risuonate in questa Chiesa a benedire gli uomini di Camollia prima della battaglia. “Adiutorium nostrum in nomine domini”… Torna la storia. Dopo la vestizione la comparsa è passata nella sacrestia accanto al sepolcro trecentesco del guerriero Louis de Chamelet, e si è schierata con le spalle all’altare, sotto le insegne delle compagnie militari intitolate ai santi Vincenti e Anastasio, due santi che nessuno prega più.
Ma sull’altare c’è San Bartolomeo, che invece viene pregato, eccome, e non solo da noi: “Bartolo-mai vincerete il Palio!”. L’Apostolo venuto a fare il patrono dell’Istrice, dopo esserlo stato della città intera, porta il fazzoletto come tutti noi. Siamo sicuri che farà il suo. Noi il nostro l’abbiamo fatto: accanto all’altare arde la sua lampada perpetua. Accanto alla sua nicchia c’è il suo cero istoriato. La Contrada è piena di suoi ritratti.
Dentro lo zucchino di Gigi c’è quel medesimo aculeo, amuleto e talismano, che è stato in Piazza a prendere il cavallo e ora sta nascosto nell’imbottitura.
La Chiesa è gremita. Dalle finestre cade la luce del meriggio. La comparsa manda un bagliore soffuso d’argento che risalta contro gli ori dell’altare. La tensione è altissima, qualcuno piange. Da fuori giunge il brusio di quella folla che si è appena aperta e subito richiusa per far passare il barbaresco e Già del Menhir, che ha la gualdrappa del corteo e le briglie del Palio. È tranquillo e lo rimane anche quando le briglie passano al fantino e al Capitano, quasi fosse consapevole di ciò che lo aspetta. Sul pavimento non lascerà niente, con disappunto dei soliti cacciatori di escrementi equini, ma per le scaramanzie si è già notata la coincidenza straordinaria tra le sue fattezze e quelle del cavallo dipinto sul drappellone, che ha addirittura trattenuto un fazzoletto dell’Istrice durante la benedizione in Provenzano. Roba da streghe! Il barbaresco ripassa mille volte la propria parte, si calma e si carica. Ora il Capitano e il fantino baciano la reliquia, poi il Correttore la fa toccare al cavallo. Magia contagiosa? “Vai e torna vincitore!”.
In tanti hanno visto la benedizione del cavallo come un rito pagano. Niente di più sbagliato, perché invece il rito è cristianissimo: si invoca la divinità, poi si chiede protezione, e infine la vittoria come favore divino. La beneditio equorum et animalium risale al quarto secolo, ai tempi di Costantino e Sant’Antonio Abate. Sotto Giustiniano i cavalli venivano benedetti prima delle corse nell’ippodromo. Nella storia del Palio fu praticata, se non prima, certamente nel Seicento: alla vigilia dell’Assunta i barberi venivano benedetti alle porte del Duomo. Il rituale della benedizione collettiva si sarebbe poi diviso in dieci benedizioni individuali, perché la faziosa armonia del Palio chiede rituali separati e implicitamente antagonistici. L’incolumità ognuno la chiede per il proprio cavallo (sia perché i Senesi li amano, i cavalli, sia perché senza di essi non si vince) e, già che ci siamo, anche per il proprio fantino. Quanto a quelli degli altri, durante la corsa si sentono singolari preghiere: Bartolomeo fagli rompe ’l collo! Casca! Casca! Fallo casca’!
A giudicare dagli esiti, la benedizione è stata efficace. Maria Mater, grazie.