Intervento dell’On.do Rettore del Magistrato delle Contrade in occasione del Capodanno Senese 2017

A nome di tutti i Priori saluto e ringrazio per la loro presenza Sua Eccellenza il Prefetto, Sua Eccellenza l’Arcivescovo, il signor Sindaco, le autorità civili e militari, i rappresentanti delle istituzioni, della cultura, della stampa, del mondo contradaiolo, tutti coloro che hanno accolto l’invito del Magistrato a questa celebrazione.

Quando nel 2013 il Magistrato delle Contrade si propose di tornare a celebrare l’antico Capodanno senese, concepì il rituale, tanto semplice quanto efficace, che anche oggi abbiamo rispettato e che l’intervento di Padre Lombardi ha interpretato con particolare profondità di pensiero: “dialoghi fra terra e cielo”, così abbiamo chiamato questi incontri, riflessioni per costruire un cammino di giustizia e di concordia fra i cittadini della res publica.

Una res publica ed una civitas che le Contrade che qui rappresento, pur con le loro contraddizioni e umane imperfezioni, concretamente realizzano grazie alla spontanea adesione dei nostri popoli ad un preciso, stabile, sistema di comportamenti e non solo di ideali.

Dentro le nostre Contrade convivono il rispetto dell’autorità, dei ruoli, dei doveri, e la democrazia del confronto a viso aperto, la pratica del dibattito anche acceso ma leale, dei diritti conquistati sul campo. Nella sorprendente varietà delle costituzioni delle 17 Consorelle, così come dei nostri territori o dei nostri colori, sono evidenti i denominatori comuni, la condivisione dei valori fondanti, del sentire collettivo di cui non può appropriarsi una élite, per quanto illuminata, insomma della tradizione.

La tradizione cui ci richiamiamo è un patto sociale e culturale che svolge fra le altre funzioni quella di aiutarci a mettere ordine negli eventi, ad affrontare la realtà al tempo stesso con ragionevolezza ed entusiasmo.
Ecco, la nostra è una società tutto sommato ordinata, coerente e disciplinata, capace di darsi regole, di circoscrivere le tensioni e governare i conflitti, di assumersi responsabilità, di armonizzare le differenze e le divergenze in un progetto comune e di farlo con buonsenso e passione.

E questo perché la nostra tradizione non è mai ostentata come un vezzo frivolo ma piuttosto nutrita con l’esperienza quotidiana. Questi che vediamo non sono i costumi di una rappresentazione, tanto più apprezzata quanto più drammatica e corale, non sono concessioni alla spettacolarità, al gusto dell’iperbole che domina l’estetica attuale, sono simboli del nostro legittimo orgoglio, della volontà di non lasciarsi risucchiare in un astratto universalismo globalizzante.

La conservazione, anzi meglio, la valorizzazione delle proprie tradizioni è una sorta di antidoto contro l’analfabetismo di ritorno imperante in una società che sembra vergognarsi invece di andare fiera delle proprie origini.

Noi siamo fieri della nostra cultura, del nostro sentire collettivo, ma non siamo per questo eremiti localisti, incapaci di lasciarsi interpellare da ciò che è diverso, nuovo, o di apprezzare ciò che di bello e di buono si diffonde al di fuori dei nostri confini. Semplicemente non vogliamo evadere, non vogliamo estirpare le radici dai luoghi fertili del nostro passato; vogliamo poter continuare a crescere i nostri figli in questa città, dentro le sue mura, portare vita e passione e futuro in quella che altrimenti rischia di diventare una città imbalsamata.

Le nostre memorie, le radici che non vogliamo estirpare, dicevo, ci salvano dalla presunzione di reinventare la storia, dalla tentazione di elaborare un pensiero pericolosamente disgiunto dalla cultura che di noi fa un popolo.

Ricordiamo però che la tradizione non la si può meccanicamente ereditare e chi la vuole deve riconquistarla giorno per giorno con grande fatica. È un lavoro lento e arduo, che richiede una lucida resistenza alla fascinazione delle mode, un processo costante nel quale ogni nuova generazione si vede coinvolta, una sfida cui non possiamo sottrarci se davvero vogliamo fare, laicamente, la nostra piccola parte contro la “dittatura del presente”, contro la superficialità e l’apatia.

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