Intervento dell’On.do Rettore del Magistrato delle Contrade in occasione del Capodanno Senese 2018

Saluto a nome di tutti i Priori le autorità religiose, civili e militari qui presenti, i rappresentanti delle istituzioni, della stampa, del mondo contradaiolo, tutti coloro che hanno accolto l’invito del Magistrato delle Contrade a questa celebrazione.

Insieme abbiamo condiviso il piacere di una lezione davvero magistrale, grazie all’intensità e all’autorevolezza con cui il prof. Settis ha interpretato il tema sul quale ogni anno proponiamo alla nostra città di interrogarsi e riflettere.

Dialoghi fra terra e cielo, così abbiamo intitolato gli incontri del Capodanno senese, perché come ha scritto Massimo Cacciari (che in questa sala in questa stessa occasione ha parlato qualche anno fa) una «città-comunità non può essere definita soltanto in base ai suoi organismi politico-istituzionali, produttivi e scientifici. Una civitas hominis è anche credenza, speranza, fede»; e all’irrinunciabile dimensione religiosa di cui le Contrade sono autenticamente partecipi ci richiamano questo luogo e soprattutto questa data del 25 marzo, giorno dell’Incarnazione.

Un ringraziamento al Sindaco per l’ospitalità che ci ha concesso e che ci permette di celebrare questa ritrovata e rinnovata festa dell’antico Capodanno riuniti in un ambiente dove l’intrecciarsi fittissimo di simboli e di significati morali rappresenta una fonte inesauribile di ispirazione per un’educazione sentimentale alla politica, intesa come impegno e volontà di prendersi cura della polis, con intelligenza e con la passione sincera che nasce dall’amore. E questa vocazione nelle nostre Contrade è connaturata e continuamente trasmessa come eredità genetica ai nostri popoli.

Dall’antica res publica giunge ancora un monito perenne per tutti coloro che hanno a cuore la nostra civitas; dal nostro passato così denso di vitalità creatrice giungono ancora voci per il presente, domande e risposte per il futuro; qui si è costruito il nostro immaginario, espressione di un popolo, sintesi dei miti fondativi della nostra cultura, cristiana e laica, cifra e mappa della nostra identità, del nostro modo di pensare noi stessi, un patrimonio da offrire non tanto al viaggiatore frettoloso e ingordo quanto alla nostra costante riflessione per non disperdere il privilegio di possedere una storia bella, memorabile.

Non starò a ripetere quanto la memoria sia feconda nella costruzione dell’esistenza, individuale e sociale, e quanto le Contrade ne siano testimonianza attiva. Vorrei piuttosto sottolineare un aspetto, che a mio avviso è corollario di quella affermazione incontestabile: il valore della lentezza, a sua volta connesso col valore della parola meditata, entrambi impopolari nell’era distratta dei tweet.

Parafrasando uno scrittore contemporaneo, Milan Kundera, fra lentezza e memoria c’è un legame, neanche troppo segreto, che nella matematica esistenziale assume la forma di una doppia equazione elementare: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità, o piuttosto di accelerazione, è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio.

Scriveva un poeta, Paul Valery, che uno degli effetti del progresso, quando si spaccia come tale  una troppo precipitosa smania di novità, è il rischio che i costumi e le idee divengano inintelligibili, persino ridicoli agli occhi di un osservatore incauto, o tutt’al più bizzarri simulacri di un tempo che fu, vestigia imbalsamate.

La stessa imperante legge della velocità, afferma il Cardinale Ravasi (anche lui protagonista di un nostro Capodanno), riduce il linguaggio a slogan, la parola a chiacchiera, non più strumento privilegiato di produzione e trasmissione di senso. Una troppo rapida erosione del passato, così come il famelico consumo della bellezza, diventa illeggibilità, incomprensione.

La lentezza, tante volte criticata, la resistenza ai cambiamenti delle nostre Contrade, tante volte fraintesa e tacciata di ottusità nostalgica, è piuttosto profondità di memoria e di pensiero, e per questo diviene efficace nella lettura intelligente del presente e paradossalmente si proietta in lungimiranza, favorisce persino l’intuizione, che diviene veramente creativa e produttiva solo quando interagisce con il nostro archivio emotivo e culturale, solo quando si ha chiara consapevolezza della propria storia e in quella storia si vive, anima e corpo.

Concediamoci allora il lusso di prendere (non perdere, prendere) tempo, tutto il tempo che serve; anche questo era il senso che volevamo dare agli incontri del Capodanno senese, quando li definimmo riflessioni (la riflessione è un buon uso del tempo) per un cammino di concordia e di giustizia fra i cittadini della civitas.

Ci vogliono slancio, entusiasmo, fantasia, ma anche calma, tenacia e persistenza per costruire un percorso comune, ci vogliono riguardo e riconoscenza per chi quel cammino ha tracciato.

La cultura e la società, come la natura, «non fanno salti», ma non per questo si limitano a riprodurre acriticamente il già noto e d’altra parte spesso quelle che si dichiarano rivoluzioni altro non sono che un ritorno a ciò che un tempo è stato. Forse, oggi, è autentica rivoluzione soltanto saper «conservare», rispettare e custodire insieme i valori della nostra res publica. In questo, è certo, le Contrade sono sempre state e sempre saranno felicemente rivoluzionarie.

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